In aumento gli accessi a “Donna e lavoro”

MASSAGNO 9.03.2017 – Che cosa è cambiato in un paio di decenni – da quando i problemi delle donne col lavoro e sul lavoro hanno cominciato a essere monitorati? «Niente», per essere provocatori e brevi. Ma anche sinceri, in fondo. Al massimo sono cambiati i numeri, e non in maniera lusinghiera per il Ticino. Nessun pregiudizio: lo dice con esperienza Micaela Antonini Luvini, dal 2006 avvocato del consultorio giuridico “Donna e lavoro” di Massagno, promosso dalla Federazione Associazioni Femminili Ticino Plus e sostenuto finanziariamente dall’Ufficio federale per l’uguaglianza tra donna e uomo, dal Cantone e da singole fondazioni allo scopo di «promuovere e tutelare le parità e i diritti». Ebbene, «da quando ci sono io, posso dire che non è cambiato nulla. I problemi sono sempre gli stessi. Miglioramenti non ce ne sono stati. Anzi, in alcuni anni abbiamo assistito a dei peggioramenti».

Avvocato, in che senso?

«Per esempio, ci sono stati incrementi nel licenziamento di una donna al rientro dal parto».

La presenza di figli resta il problema maggiore, anche secondo i riscontri del consultorio?

«O le discriminazioni forti durante il periodo della gravidanza. Sono alcuni dei problemi più importanti».

Ambiti lavorativi più ostili di altri?

«La vera differenza è fra il pubblico e il privato. Nel pubblico i problemi sono minori. Le leggi regolano stipendi e contratti di lavoro».

Ma le donne, poi, hanno voglia di denunciare?

«Gli accessi a consultorio aumentano di anno in anno. Oggi se ne contano più di quattrocento l’anno. Alcuni richiedono un intervento più breve; altri casi sono più impegnativi».

Come spiega i numeri: sono incrementate le difficoltà o la consapevolezza e il coraggio delle donne?

«Entrambe le cose. Le pressioni aumentano, specie davanti a una concorrenza sempre più forte. D’altra parte, le donne sono più consapevoli dei loro diritti».

Chi è la donna che viene da voi: giovane o matura? Single o madre?

«Tutte. Il fenomeno è trasversale, non c’è una donna tipo. Arrivano anche direttrici di banca, medici e architetti. Nessuno strato sociale è escluso».

A essere presa di mira è più la donna arrivata, che magari scatena invidia, o quella che lavora in fabbrica, più debole?

«Sono due tipologie che presentano problemi diversi. La donna debole ha per lo più problemi con lo stipendio e le ore di straordinario non pagate. La libera professionista deve speso confrontarsi con il mobbing».

Dunque il mobbing esiste, non è solo una brutta parola?

«Esiste. Soprattutto nei settori alti. In banca, per esempio. Alla donna magari si impedisce di seguire corsi di perfezionamento. Il target preferito è la donna giovane con ruoli di responsabilità, spesso perché si ha paura che abbia una gravidanza e non sia performante al 100%. Quanto alle lavoratrici di fascia più bassa, riguarda i salari, gli orari di lavoro, le pretese ingiustificate».

Tutti ne parlano, ma che cos’è nel concreto il mobbing, come si fa?

«È un atteggiamento prevaricatore che si protrae nel tempo, finalizzato a far sentire inadeguata la persona, a non coinvolgerla, isolarla. Spesso alla donna non si dà lavoro a sufficienza, la si lascia con le mani in mano: generando una sofferenza che può arrivare alla malattia. Per la legge, deve però perdurare nel tempo».

Chi fa mobbing: uomini invidiosi?

«Anche donne. La nostra esperienza ci dice che la maggioranza dei casi la fa il datore di lavoro stesso».

Perché non licenziare subito?

«Il licenziamento è vissuto come legato più ad altri criteri e giudizi. Così si cominciano ad avere atteggiamenti non tollerabili, comportamenti non accettabili dal punto di vista deontologico. Dall’altra parte, viene percepito come qualcosa di personale. Si instaura un meccanismo per cui ci si ammala e ci si licenzia. Il mobbing è un modo per perseguire un obiettivo che non si ha ancora ben chiaro, quando si comincia».

Il Ticino come sta?

«Deve fare ancora molta strada, specie al confronto con i cantoni svizzero-tedeschi. La mentalità del ticinese medio è ancora quella per cui la donna deve stare a casa con il marito e i figli, chi ha una posizione sul mercato del lavoro rovina la società».

Il part-time è la soluzione?

«La conciliazione di lavoro e famiglia è ancora un obiettivo lontano. È la donna spesso a cercare l’orario ridotto, che non è necessariamente qualcosa di negativo. In certi settori, è possibile conciliare meglio, di concerto con il partner».

Donne che, cresciuti i figli, vogliano integrare invece l’orario come sono accolte?

«Il datore di lavoro in genere è restio a concedere l’incremento» .

E la riduzione?

«È più facile avere un tempo parziale, ma non così facile. Le donne devono affrontare un’ostilità preoccupante. A volte il tempo parziale viene concesso in modo così mal ripartito che è come un tempo pieno».